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La fonte di Pontecuti

La pubblica fontana di Pontecuti si trova circa 50 m fuori dalle mura del castello lungo la strada che, passando accanto alla chiesina seicentesca della Madonna della Cerquella, conduce alla riva del Tevere presso lo Scoglio delle Lavandare e che sino al secolo scorso continuava parallela al fiume sino alla confluenza con il torrente Naia. La struttura, di forma parallelepipeda (3,71 x 2,40 m), è realizzata in conci di calcarenite rozzamente squadrati ed è coperta da una moderna soletta in cemento. Sulla sommità è stato elevato in tempi recenti un puteale quadrangolare in laterizio terminante in una cornice leggermente aggettante di pietra arenaria. Il piccolo edificio si addossa alla ripida scarpata del colle che in questo punto è composto da un banco di pietra arenaria molto fratturato. La parete rivolta verso la strada presenta un arco di conci di travertino chiuso da una tamponatura in materiale laterizio. Sulla ghiera dell’arco e precisamente sul primo concio di sinistra è leggibile l’iscrizione rozzamente incisa: A / 1734. Sulla tamponatura sono inseriti un doccione in calcarenite e un moderno rubinetto dai quali fuoriesce l’acqua. Sempre sulla tamponatura è fissata una targa in marmo con una scritta che ricorda le norme che regolamentavano l’utilizzo della fonte nella prima metà del Novecento: ABBEVERATOIO / DIVIETO DI LAVARE. Di fronte alla parete una moderna sistemazione in pietre e cemento permette l’agevole prelievo del liquido e ne garantisce il deflusso verso gli orti sottostanti e verso il fiume.

La fonte di Pontecuti
La fonte di Pontecuti

Il vano interno della struttura è accessibile soltanto attraverso il puteale ed è normalmente allagato da 1,4 m d’acqua, cioè sino al livello del foro che comunica con il doccione. Il vano presenta una forma leggermente trapezoidale ed è coperto da una volta a botte di mattoni che costituisce la continuazione dell’arco visibile dall’esterno. L’acqua proviene da un condotto formato da due coppi affiancati l’uno sopra l’altro che sporge dalla parete di fondo e che evidentemente comunica o direttamente con la sorgente o con un’opera idraulica di captazione e trasporto al momento non accessibile. Al centro della parete di fondo è presente un grande stemma in pietra calcarea (0,429 x 0,38 m). Lo scudo ha una forma a mandorla e presenta nell’unico campo la raffigurazione di un monte di sei cime all’italiana sormontato da due stelle ad otto raggi. Sopra lo stemma è presente una lastrina rettangolare (0,457 x 0,088 m) che reca scolpito un testo in belle lettere gotiche disposte su due righe: *SER•GRADI•PERI•DE / URBINO•A•M•CCCXLVIII. Il testo è preceduto da un motivo a forma di rosetta e le parole sono separate da punti triangolari. Il numerale romano X presenta una grafia a tre tratti simile ad un triscele. La formula onomastica al caso genitivo presuppone un termine sottinteso (opus, munus, donum, ecc.) riferito all’opera realizzata dal personaggio.

L'interno della fonte con lo stemma e l'iscrizione di Ser Gradolus
L’interno della fonte con lo stemma e l’iscrizione di Ser Gradolus

È possibile leggere chiaramente tre distinte fasi costruttive del monumento. Della prima fontana realizzata nel 1348 rimane soltanto il muro di fondo con lo stemma e l’epigrafe e si può soltanto immaginare quale aspetto avesse in origine. La coincidenza cronologica tra l’erezione della fontana e l’insorgere dell’epidemia di peste nera non può essere considerata casuale. La presenza del morbo a Todi è testimoniata sia da una bolla di Clemente VI che concede la facoltà ai sacerdoti della città di assolvere plenariamente i peccatori per tutta la durata della pestilenza, sia dall’elevato numero di lasciti testamentari in favore degli istituti di assistenza ospedaliera della città negli anni 1348-1349. Inoltre i Priori, alcuni dei quali erano stati colpiti dalla malattia, adottavano una serie di provvedimenti, tra cui l’adozione di rigide regole per le esequie e la sepoltura dei cadaveri e la convocazione di tre medici forestieri stipendiati dal Comune. Il sapere medico medioevale, basato ancora in gran parte sulla cosiddetta teoria degli umori del medico greco Galeno, non era in grado di comprendere la natura e i meccanismi del contagio, le cui cause venivano fatte risalire a congiunzioni astrali sfavorevoli, alla presenza di misteriosi vapori che si sarebbero liberati dalla terra e dai mari infettando l’aria, oppure ancora alla collera divina nei confronti dell’umanità corrotta. Non stupisce che una medicina “umorale” tendesse ad attribuire all’acqua un qualche ruolo nel contagio: “fa di guardarti dall’umido quantunque tu puoi” consigliava in quegli anni il mercante fiorentino Giovanni di Pagolo Morelli, “la umidità è madre di putrefazione” scriveva Marsilio Ficino in un passo in cui trattava le cause della pestilenza che aveva colpito Firenze nel 1479. La teoria miasmatica si combinava con quella contagionistica. Anche se veniva completamente ignorato il ruolo svolto dagli animali, in particolar modo topi e pulci, nella trasmissione del contagio, era ben chiaro come esso si trasferisse da uomo a uomo tramite contatto diretto, vicinanza e utilizzo di oggetti comuni (vesti, boccali, piatti, ecc.). Si era addirittura diffusa la convinzione che per essere infettati fosse sufficiente la sola visione di un ammalato. Le occasioni di incontro tra persone andavano quindi ridotte al minimo indispensabile. I luoghi frequentati, come le chiese o le fonti, ben presto sono riconosciuti come focolai del contagio. A gettare cattiva luce sulle fontane probabilmente deve aver contribuito anche la descrizione della peste di Atene del 430 a.C. contenuta nell’opera di Tucidide, l’autore infatti si sofferma nella descrizione della smodata sete che affliggeva gli ammalati che accorrevano nelle pubbliche krenai nel tentativo estremo di estinguere il loro innaturale desiderio di bere e cadevano infine esanimi nelle vasche che venivano così contaminate. Su questo background ideologico attecchiscono le persecuzioni degli ebrei, scelti come principale capro espiatorio dell’epidemia e accusati di diffondere il morbo gettando veleni nei pozzi, nelle fontane e nei fiumi di tutto il mondo.
All’interno di questo quadro storico la realizzazione di una nuova fontana pubblica, che nel caso specifico di Pontecuti non è improbabile fosse stata del tutto priva di vasche proprio per impedire che l’acqua potesse stagnare e quindi venire volontariamente o involontariamente contaminata, può essere interpretata come un provvedimento sanitario in favore della comunità locale che sino ad allora doveva essersi rifornita direttamente dal fiume o da cisterne alimentate dalle acque piovane, non prestandosi la natura rocciosa del suolo allo scavo di pozzi.

Ricostruzione della fase trecentesca della fonte
Ricostruzione della fase trecentesca della fonte

Il personaggio dedicante può essere identificato con Gradolus quondam Peri de Fermignano de Urbino publicus imperiali auctoritate notarius noto attraverso un unico strumento notarile inerente la cessione di una dote, rogato il 13 marzo 1343 e confluito nell’archivio della Venerabile Fraternità di Santa Maria della Misericordia della sua città. Non ci è dato sapere per quale motivo Gradolus sia arrivato sino a Todi e per quale motivo abbia curato la realizzazione della fontana. La presunta funzione sanitaria della costruzione potrebbe essere considerata l’indizio di un suo ipotetico incarico non meglio precisabile presso l’Ospedale di San Leonardo, la cui esistenza nel borgo di Pontecuti è documentata sin dal terzo decennio del secolo. In favore di questa supposizione si può notare che nel 1836 il terreno su cui sorge la fontana apparteneva alla Curia Vescovile. Inoltre si è creduto di riconoscere lo stesso appezzamento in un catasto descrittivo delle proprietà della Parrocchia di San Leonardo di Pontecuti risalente all’anno 1774; l’antichità del possesso è garantita nel documento dalla distinzione tra “Beni di prima erezione”, fra i quali rientrano le particelle in questione, e “Beni di Acquisto”.
La seconda fase costruttiva della fontana risale al 1734 quando vengono aggiunti la vasca e l’arcone di copertura, entrambi leggermente fuori asse rispetto al muro di fondo più antico che rimane sporgente di 0,33 m sul lato destro della struttura. A seguito dell’intervento lo stemma e l’epigrafe originali risultano comunque ancora visibili al di sotto della volta settecentesca.

La fonte dopo l'aggiunta dell'arcone settecentesco
La fonte dopo l’aggiunta dell’arcone settecentesco

In epoca ancora più recente l’arcone viene tamponato con un muro e la vasca viene trasformata in una cisterna di decantazione non accessibile. La tessitura muraria della tamponatura testimonia molteplici interventi succedutisi nel corso del tempo imputabili all’apertura di finestrelle di manutenzione e all’applicazione di doccioni a diverse altezze. Nel 1836, anno per il quale disponiamo di una accurata descrizione dell’edificio, la fontana appariva già nell’aspetto attuale, fatta eccezione per la presenza di alcune vasche affiancate alla struttura già allora dirute e oggi non più esistenti.
La probabile assenza di una vasca nella fontana più antica, la modesta dimensione di quella settecentesca e la sua successiva obliterazione, nonché il pessimo stato in cui versavano già all’inizio dell’Ottocento le vasche affiancate in tempi ancora più recenti alla struttura, in seguito definitivamente eliminate, sono tutti segnali che la comunità ha da sempre preferito servirsi del vicino fiume sia per il lavaggio di panni e attrezzature (trasparente la presenza del toponimo Scoglio delle Lavandare) sia per l’abbeveraggio delle mandrie. L’acqua sorgiva, come ricordava ancora la targa in marmo della prima metà del Novecento, era da destinarsi esclusivamente per uso alimentare umano e degli animali di piccola taglia.

La fonte dopo la tamponatura dell'arcone
La fonte dopo la tamponatura dell’arcone

La costruzione della pubblica fonte viene a costituire l’ultimo evento dello sviluppo urbano del sito di Pontecuti iniziato circa un secolo prima. Una Bolla di Gregorio IX del 1228 inerente alla fondazione del monastero di clarisse intitolato a San Giacomo fa riferimento semplicemente ad un locum qui dicitur Cutis dove evidentemente non esisteva né un ponte né un insediamento degno di nota. La cronaca di Ioan Fabrizio Degli Atti ci informa che la costruzione del ponte ha avuto inizio nel 1246, essendo in carica il podestà Romano Giacomo da Ponte (si noti la corrispondenza tra il nome del personaggio e l’opera realizzata con evidente valenza autocelebrativa) della cui famiglia si conservano ancora quattro stemmi murati nei piloni dell’arcata centrale. Il termine refacto allude chiaramente alla presenza di una struttura più antica già caduta caduta in rovina ai tempi del cronista. La soluzione dell’enigma è arrivata dalla recente scoperta dei resti di un ponte di epoca romana nell’alveo del fiume, circa 300 m più a valle del ponte medioevale. Il ponte è terminato nel 1248 quando alla sua estremità rivolta verso Todi viene posta l’epigrafe commemorativa ora conservata presso il Museo Lapidario Comunale. Nel 1277 nelle Rationes Decimarum compare per la prima volta il nome Ecclesiae S. Leonardi de Ponte Cutis; la barriera del fiume veniva in questo modo infranta non soltanto fisicamente ma anche ideologicamente, ponendo a tutela del punto di passaggio un santo capace di spezzare i vincoli e donare la libertà. Il Liber Focolarium del 1290 registra la presenza della Villa Ponte Cutis sorta attorno al ponte e alla chiesa la cui popolazione ammontava al ragguardevole numero di ottantacinque fuochi. La villa diventa castrum nel 1313 quando viene eretta una cinta difensiva con torri e porte, una delle quali dava accesso direttamente al ponte, e il Comune vi insedia un Castellano. Successivamente sono attestati restauri delle mura nel 1358, anno in cui il Capitano del Popolo Roberto Belforti da Volterra lascia un suo stemma sopra la porta castellana detta della Nave e nel 1419.

L’acquedotto romano di Ilci

Interno dell'acquedotto romano di Ilci
Interno dell’acquedotto romano di Ilci

Questo acquedotto risalente ad epoca romana è stato esplorato nel 2015 nei dintorni della frazione di Baschi. Il tratto percorso termina dopo alcune decine di m contro la fine dello scavo. É presente una diramazione sulla destra interrotta dopo pochi m da da un crollo evidentemente causato dalle arature del soprastante campo coltivato. L’infrastruttura riforniva probabilmente una villa rustica o un insediamento di qualche altro tipo situato ad un quota più bassa sulle pendici della collina che digrada verso la valle del Tevere.

Il Pozzo del Vicolo Scapocollatore

Il pozzo del vicolo Scapocollatore è uno dei più grandi pozzi della città di Todi. I documenti d’archivio ce ne parlano come di un pozzo pubblico da cui era possibile attingere acqua attraverso una vera situata lungo via della Piana. La vera venne demolita in tempi recenti per permettere il transito dei mezzi a motore ma la sua parte posteriore ancora esiste inserita nella muratura accanto al n. civico 95.

La caratteristica principale del pozzo è di non avere pianta rotonda ma semicircolare con diametro di 3,51 m. Tale particolarità è dovuta al fatto che durante lo scavo venne intercettato il grande muro in opera cementizia con rivestimento in blocchetti di pietra calcarea (opus vittatum) su cui poggiava l’edificio scenico del teatro romano. Questo imponente monumento con i suoi 83 m di diametro era uno dei più grandi edifici da spettacolo di epoca romana della regione. I suoi resti sono ancora oggi visibili negli scantinati e nei pozzi delle abitazioni della zona della città compresa tra piazza del Montarone e via del Seminario Vecchio.

L'interno del pozzo
L’interno del pozzo

Essendo chiusa la principale apertura di attingimento dell’acqua, oggi il pozzo è accessibile soltanto attraverso un’abitazione privata i cui proprietari in passato si erano dotati di una vi di approvvigionamento idrico privilegiata aprendo nella muratura romana a suon di scalpello un passaggio dalla loro cantina sino al pozzo. Il canale di troppo pieno per lo smaltimento dell’acqua in eccesso venne realizzato sfruttando parte dell’antico cunicolo che convogliava via l’acqua piovana caduta nelle gradinate e nell’orchestra del teatro.

Cunicolo di smaltimento delle acque piovane del teatro romano
Cunicolo di smaltimento delle acque piovane del teatro romano

La canna del pozzo è realizzata in pietre giustapposte a secco per permettere all’acqua di filtrare all’interno. Sotto al punto dove si trovava l’apertura di attingimento è presente una fascia realizzata con pietre più grandi e regolari per resistere al continuo urto dei secchi calati dall’alto. L’ambiente è coperto in alto da un complesso sistema di volte in mattoni che è stato danneggiato per permettere il passaggio di parecchie di tubature moderne. Non è possibile datare con precisione la costruzione del pozzo, ma alcuni indizi sembrerebbero indicare che venne realizzato tra il XIV e il XV sec.

La Fonte delle Logge

Di questa stupenda fonte pubblica risalente al sec XIII si era persa memoria sino al 2015 quando è stata riscoperta sepolta sotto un campo coltivato situato immediatamente fuori dal centro storico di Todi, in località Peschiera. Contrariamente alla maggior parte dei siti ipogei, in questo caso non siamo di fronte ad uno spazio scavato nel sottosuolo ma ad un edificio costruito in muratura sopra la superficie che in un secondo momento è stato sepolto dal terreno rimanendo in parte vuoto all’interno.

L’esame degli ambienti ha permesso di riconoscere nell’edificio una fonte pubblica coperta imitante in piccolo una tipologia parecchio diffusa a Siena e dintorni (fonte Branda, fonti vecchia e nuova d’Ovile, Fonte di San Francesco, fonte di Pescaia, fonte delle Fate a Poggibonsi). La fonte è costituita da tre vasche coperte da volte a crociera e accessibili da tre grandi archi a sesto acuto. Nella parete laterale dell’ultima vasca verso nord è visibile lo sbocco del cunicolo che alimentava la fonte. Questa galleria, rivestita in muratura e coperta da lastre di pietra, è ostruita dal sedimento dopo una decina di metri.

La fonte si trovava al centro di una vallata delimitata da instabili pendii argillosi in un punto dove nel corso dei secoli sono andati accumulandosi parecchi metri di depositi alluvionali. Nel catasto Pio-Gregoriano realizzato attorno al 1830 viene ancora indicata come “fontana con corte”, mentre nel censimento delle fonti del 1836 viene definita “Fontana d’abbeveraggio la cui sorgente è perduta, e perciò rimane asciutta, ne può indicarsi d’onde abbia origine, trovandosi devastata da moltissimi anni”. La posizione e la tipologia architettonica ha permesso di identificare l’edificio con la fons Logiis citata nella terminazione dei confini della parrocchia di San Nicolò del 1251 e nel Liber Communantiarum Communis Tudertis del 1282 che ricorda anche l’esistenza presso la fontana di un planum seu platea.

Fonte delle Logge
Fonte delle Logge

Attualmente la fonte è accessibile attraverso lo sfondamento di una delle volte a crociera, ma l’interno è occluso per circa due terzi dell’altezza dal terreno penetrato attraverso gli archi delle vasche. Per la sua bellezza e per la sua unicità nel panorama cittadino e regionale la Fonte delle logge meriterebbe di essere riportata in superficie e restaurata. Un progetto preliminare di recupero è stato presentato da Toward Sky al Comune di Todi.

Fonte delle Logge
Fonte delle Logge

La Neviera della Valle

Nelle calde giornate estive è di gran sollievo andare in cucina, aprire il freezer ed estrarre un gelato od un ghiacciolo con cui rinfrescarsi il palato. Bene, i nostri trisnonni non potevano compiere un gesto per noi così semplice. Nella prima metà dell’ottocento venire in contatto con acqua allo stato solido era prerogativa esclusiva delle giornate più fredde del periodo invernale, oppure delle passeggiate in alta montagna. L’invenzione dei sistemi di refrigeramento e la loro capillare diffusione è un evento relativamente recente che nel corso dell’ultimo secolo e mezzo ha cambiato in maniera lenta e silenziosa, ma profonda e inesorabile, il modo di vivere delle persone. Prima l’unica strada percorribile era raccogliere il ghiaccio dove e quando la natura lo generava e cercare di conservarlo il più a lungo possibile in ambienti isolati termicamente. In questi ambienti, detti ghiacciaie o neviere, il ghiaccio impiegava mesi, a volte anni, per sciogliersi completamente e poteva all’occorrenza essere prelevato ed utilizzato.

Il primo documento conosciuto che parla di pozzi per la conservazione della neve risale al 1578, esso testimonia come verso la metà del XVI sec. nelle corti italiane si diffuse l’uso di servire bevande fredde e sorbetti di frutta. Nel corso dei secoli XVII e XVIII il mercato del ghiaccio ebbe una continua crescita e spesso gli stati ne presero il controllo mediante l’istituzione di gabelle e privative. Contemporaneamente le strutture destinate alla conservazione della fredda materia prima subirono una evoluzione dalle semplici buche nel terreno coperte con rami e paglia a veri e propri edifici dotati di espedienti tecnici via via più complessi con lo scopo di migliorarne la funzionalità. Ma sarà l’ottocento che vedrà il boom del commercio del ghiaccio. L’emergere del ceto borghese e la conseguente redistribuzione della ricchezza allargò ad ampie fasce di popolazione la richiesta di un bene sino ad allora appannaggio di pochi ricchi; inoltre nel corso del secolo lo sviluppo industriale aumentò ulteriormente la richiesta del ghiaccio che veniva utilizzato in diversi cicli produttivi. Sono ottocentesche le neviere più grandi e più evolute.

Esistono diversi studi su queste strutture, i cui dati sono stati in gran parte raccolti nel volume di Barbara Aterini uscito nel 2007 . La trattazione è organizzata stato per stato e, per quanto riguarda l’Italia, regione per regione; tuttavia non esiste un capitolo dedicato all’Umbria. Per quanto ne sappiamo, infatti, non esistono ricerche nostrane su questo argomento, con l’unica eccezione della neviera di Monte Tezio nel comune di Perugia, recentemente studiata e recuperata dall’Associazione Culturale Monti del Tezio. Un altro contributo a riempire questo vuoto è stato dato dall’Associazione Culturale Toward Sky che durante il passato inverno si è interessata ad un ipogeo esistente a Todi, in via delle Mura Etrusche, nel rione Valle Inferiore. Lo studio della struttura e i documenti rinvenuti nell’Archivio Storico Comunale hanno permesso di stabilire che si tratta proprio di una neviera. Con un lungo lavoro di volontariato il sotterraneo è stato ripulito dalla grande quantità di rifiuti e calcinacci che, nel corso degli anni, erano stati gettati all’interno da gente senza troppi scrupoli ed è stata resa di nuovo agibile la ripida scala che permette di scendere all’interno.

La neviera illuminata in occasione della notte bianca 2016
La neviera illuminata in occasione della notte bianca 2016

La parte più antica della struttura è costituita da un ambiente rettangolare (5,10 x 4,70 m) risalente ad epoca romana con pareti in opera vittata e copertura a volta in opera cementizia. In origine questa struttura apparteneva ad una grande sostruzione cava, composta da una teoria di ambienti voltati, probabilmente aperti su di una pubblica via a mo’ di portici, oggi solo in parte visibili poiché nascosti da un interro di quattro – cinque metri ed adoperati come fondamenta delle abitazioni medievali. Già in epoca tardoantica l’ambiente poi utilizzato per la neviera venne tamponato con un muro e destinato ad altro utilizzo. In un atto rogato dal notaio Giuseppe Luci il 6 febbraio 1826 viene descritto come “una stanza ad uso di cantina situata entro questa città nella contrada della Valle di Sotto ed annessa alla casa del venditore. Confinanti la strada, Capogrossi, il vicolo, signore Conte Pio Dominici, e di sopra la casa del venditore”. Il venditore è Luigi Negri mentre l’acquirente è Tobia Ottoni, chirurgo condotto della città di Todi.

Parete dell’ambiente romano in opera vittata
Parete dell’ambiente romano in opera vittata

Il Dott. Ottoni visse per decenni nella nostra città (almeno dal 1817 al 1852) praticando il mestiere di famiglia: medico era stato anche il padre Ignazio e il fratello Raffaelle, chirurgo condotto a Bagnoregio, mentre un terzo fratello, Danielle, era canonico a Todi. Della sua attività rimangono due opuscoli a stampa riguardanti alcuni casi medici particolarmente complicati, editi nel 1826 e nel 1844. Immediatamente dopo l’acquisto del locale adibito a cantina l’Ottoni ne iniziò la trasformazione in neviera. La data del 1827 incisa nell’intonaco del pozzo centrale indica che i lavori erano già terminati l’anno successivo all’acquisto. L’artefice materiale fu forse lo stesso Negri, di professione muratore, dal quale l’11 marzo 1828 il medico acquistò anche i piani superiori dell’edificio assieme a “sassi, mattoni, e mezzane, non che le tavole, pianali, ed arena, il tutto esistente in dette stanze” probabilmente ecceduti dalla costruzione della neviera. Il luogo dovette essere scelto con cura poiché presenta le caratteristiche ideali per una conserva di ghiaccio: esposizione a nord e posizione riparata tra alti edifici circostanti garantivano uno scarso irraggiamento solare.

La data del 1827 incisa nell’intonaco della parete
La data del 1827 incisa nell’intonaco della parete

L’intervento consistette nell’approfondire l’ambiente antico sino a sei metri e mezzo sotto il livello stradale, rimuovendo l’interro accumulatosi nei secoli e verosimilmente la pavimentazione originaria, e nella realizzazione all’interno di una seconda stanza a pianta circolare (diametro 4,40 m). Questa forma non era scelta a caso, infatti a parità di volume è quella che presenta una minore superficie laterale e quindi una minore dispersione termica. L’intercapedine che rimaneva tra le due “scatole” poste una dentro l’altra creava un effetto isolante, come in una sorta di gigantesco thermos, che impediva al calore esterno di entrare. Nell’ambiente centrale la neve veniva accumulata e pressata dopo aver predisposto un ulteriore strato isolante di paglia lungo le pareti, e sul fondo una griglia di travi di legno e fascine, rinvenute ancora al loro posto in occasione della ripulitura.

Immondizie sul fondo della neviera prima dell’intervento di pulizia
Immondizie sul fondo della neviera prima dell’intervento di pulizia
La griglia di travetti ligei venuta alla luce sotto le immondizie
La griglia di travetti ligei venuta alla luce sotto le immondizie
Il fondo della neviera a pulizia ultimata
Il fondo della neviera a pulizia ultimata

L’accesso era garantito da due sportelli (prima e dopo l’intercapedine) di cui rimangono solo i cardini. Era possibile scendere all’interno per prendere il ghiaccio mediante una ripidissima scala realizzata nell’intercapedine che però terminava a circa tre metri dal fondo. Per superare quest’ultimo dislivello, quando la camera era completamente vuota, era necessaria una scala a pioli. Sulla parete opposta all’ingresso è dipinta in colore nero per tutta l’altezza della camera una grande scala graduata, terminante in alto in un disco, che indicava lo spessore della neve immagazzinata.

La scala graduata dipinta sulla parete
La scala graduata dipinta sulla parete

La capacità di stoccaggio era di circa 98 metri cubi; cosa se ne facesse l’Ottoni di tanto ghiaccio i documenti non lo dicono ma, data la sua professione, è probabile che, almeno in parte, lo utilizzasse in prima persona per scopi medici. Il ghiaccio era adoperato per trattare i versamenti sanguigni e per abbassare le febbri. Inoltre, prima del 1846, quando per la prima volta si sperimentò la sedazione dei pazienti con l’etere, era impiegato per desensibilizzare le parti del corpo su cui andava ad operare. Non è improbabile che il resto del ghiaccio venisse venduto alle caffetterie e agli ospedali della città. D’altronde la registrazione dell’acquisto di un quantitativo di neve destinata ad un frate domenicano ammalato datata 1803, recentemente rinvenuta nell’Archivio Vescovile (AVT, Santa Maria in Cammuccia, Entrate ed Uscite, vol. 9, c. 13v), testimonia che in città da decenni esisteva un simile commercio.

L’Ottoni infatti era una persona intraprendente e dotata di uno spiccato senso degli affari. Il notaio Giuseppe Domenichetti in un atto riguardante un investimento scrive: “il signor Ottoni non è solito ritenere i suoi denari oziosi, ma quelli negoziare, e trafficare sopra diversi negozi e traffici leciti, però, ed onesti, e specialmente sopra cambi, e recambi”. Parte delle finanze così ottenute furono investite nell’acquisto di beni immobili, in parte destinati ad essere affittati, sia nel centro storico di Todi che nella campagna: il podere delle Rocchette a Viepri, il palazzo oggi sede della banca Unicredit, botteghe sulla piazza principale e abitazioni nel rione Valle, tra cui quella soprastante la neviera.

Nel pozzo venne gettata sicuramente parte della “straordinaria, e ripetuta caduta delle nevi” dell’inverno del 1829-30, quando il Governatore Distrettuale emanò un provvedimento urgente per “far spurgare le principali piazze, e strade pubbliche dalla immensa quantità delle medesime (nevi)” (ASCT, Deliberazioni Consiliari, 19 aprile 1830). Ma la neviera non rimase in uso a lungo: in una lettera datata 20 agosto 1848 l’Ottoni comunicava ai Priori e al Gonfaloniere che la “conserva da neve, o sia pozzo” di sua proprietà era divenuta inservibile poiché era stata allagata da acque sotterranee che, a suo giudizio, provenivano dal cunicolo inferiore del “Muro Etrusco” trovato ostruito dopo 20 m da un “artista” inviato all’interno (ASCT, Amministrativo, fasc. 1106 (vecchia numerazione)). Di fatto l’inconveniente si era verificato perché o la neviera era sprovvista di una via di deflusso delle acque, oppure questa si era irrimediabilmente ostruita. La poca acqua proveniente dallo scioglimento della neve veniva raccolta in un “serbatojo che serve a ricevere lo scolo delle nevi” situato sotto il piano stradale della via e accessibile dall’intercapedine, da dove con molta probabilità doveva essere quotidianamente attinta mediante un secchio.

La presenza ancora oggi di un metro e mezzo di acqua sul fondo della neviera testimonia come il problema di fatto non venne mai risolto e la struttura cadde in disuso. La neviera viene nominata per l’ultima volta nella Numerazione Civica del 1852, poi su di essa cade l’oblio. Alcuni interventi tardi (tamponatura e interro della scala d’accesso) lasciano immaginare che sia stata trasformata in un semplice pozzo ed utilizzata per attingere acqua.

Le Gallerie della Fabbrica della Piana

Col nome di “Fabbrica della Piana” si indica il grande cantiere installatosi sul versante nordorientale del colle di Todi per la bonifica della grande frana ivi avvenuta sin dal 1812 e culminata nell’evento del dicembre 1814, quando in pochi giorni vennero ingoiati un grande tratto delle mura urbane, orti, case, un ospedale per pellegrini, una chiesa e una scuola. Il grande cantiere è rimasto aperto per quasi un secolo, anche se in maniera discontinua a causa degli scarsi finanziamenti disponibili. I non facili interventi di bonifica richiesero cifre strepitose di denaro e occuparono centinaia di persone: muratori, minatori, scalpellini, fabbri, carpentieri, ecc. venuti anche da lontano per lavorare alla grande impresa. I vari governi che nel corso del tempo si susseguirono (Impero Francese, Governo Provvisorio sotto il Regno di Napoli, Stato Pontificio, Regno d’Italia) portarono a Todi molti nomi illustri: ingegneri ed architetti famosi sottratti alla costruzione di ricchi palazzi affinché applicassero il loro versatile ingegno a cunicoli e muraglioni, nell’intento di sconfiggere una frana subdola e cattiva che sembrava non volersi fermare mai.

Forse esagerava l’Ingegner Ferrari, quando nel 1815 asseriva in una sua relazione che “altro non resta a fare che sloggiare dalla città, e scegliersi un sito migliore e più stabile ove potere al coperto delle ingiurie del tempo passare con tranquillità e sicurezza i giorni, e senza timore in dolce sonno le notti”; certo però la frase rende bene l’idea del clima di paura che in quei tempi si respirava in città, quando micropali e cemento armato erano ancora di là da venire.

Galleria inferiore presso il pozzo sulla serra del fosso Boccajone
Galleria inferiore presso il pozzo sulla serra del fosso Boccajone

Molti dei lavori effettuati riguardarono il sottosuolo: venne realizzato un sistema di gallerie e di pozzi che dovevano drenare e portare in superficie le pericolose acque sotterranee che costituivano la principale causa degli smottamenti. Queste gallerie andarono ad intercettare ed in parte sostituire il complesso di cunicoli risalente ad epoca romana, ormai inoperoso, prolungandolo oltre le mura, sotto la campagna, sino ad una distanza sufficiente a scongiurare nuovi danni alla città.

Tratto centrale della grande scalinata
Tratto centrale della grande scalinata

La vastità del fenomeno franoso rese necessari scavi molto profondi, al di sotto delle fondamenta del vecchio muraglione di Clemente XIII, che era stato costruito nel 1762 in seguito ad un altro grave dissesto. I grandi dislivelli che andavano coperti portarono a soluzioni ingegneristiche molto complesse quali alti pozzi, ripide scalinate, gallerie che salivano a zig-zag su più livelli sovrapposti, ecc. Questi ultimi sistemi servivano essenzialmente a rallentare la velocità di scorrimento dell’acqua riducendone il potere erosivo. Verso la fine del secolo l’acqua che defluiva dalle gallerie venne utilizzata per alimentare la nuova Fontana pubblica dei Bottini, che prende il nome dal termine, ormai in disuso, con cui si era soliti indicare i cunicoli.

Pozzo terminale del cunicolo sottostante palazzo Benedettoni-Pongelli
Pozzo terminale del cunicolo sottostante palazzo Benedettoni-Pongelli

Altro intervento molto impegnativo fu la sistemazione del fosso Boccajone, dove confluiscono tutte le acque di scolo del versante orientale della città. Il corso del torrente venne dapprima regolarizzato con una serie di serre trasversali e in seguito incanalato in una galleria sotterranea.