La Neviera della Valle

Nelle calde giornate estive è di gran sollievo andare in cucina, aprire il freezer ed estrarre un gelato od un ghiacciolo con cui rinfrescarsi il palato. Bene, i nostri trisnonni non potevano compiere un gesto per noi così semplice. Nella prima metà dell’ottocento venire in contatto con acqua allo stato solido era prerogativa esclusiva delle giornate più fredde del periodo invernale, oppure delle passeggiate in alta montagna. L’invenzione dei sistemi di refrigeramento e la loro capillare diffusione è un evento relativamente recente che nel corso dell’ultimo secolo e mezzo ha cambiato in maniera lenta e silenziosa, ma profonda e inesorabile, il modo di vivere delle persone. Prima l’unica strada percorribile era raccogliere il ghiaccio dove e quando la natura lo generava e cercare di conservarlo il più a lungo possibile in ambienti isolati termicamente. In questi ambienti, detti ghiacciaie o neviere, il ghiaccio impiegava mesi, a volte anni, per sciogliersi completamente e poteva all’occorrenza essere prelevato ed utilizzato.

Il primo documento conosciuto che parla di pozzi per la conservazione della neve risale al 1578, esso testimonia come verso la metà del XVI sec. nelle corti italiane si diffuse l’uso di servire bevande fredde e sorbetti di frutta. Nel corso dei secoli XVII e XVIII il mercato del ghiaccio ebbe una continua crescita e spesso gli stati ne presero il controllo mediante l’istituzione di gabelle e privative. Contemporaneamente le strutture destinate alla conservazione della fredda materia prima subirono una evoluzione dalle semplici buche nel terreno coperte con rami e paglia a veri e propri edifici dotati di espedienti tecnici via via più complessi con lo scopo di migliorarne la funzionalità. Ma sarà l’ottocento che vedrà il boom del commercio del ghiaccio. L’emergere del ceto borghese e la conseguente redistribuzione della ricchezza allargò ad ampie fasce di popolazione la richiesta di un bene sino ad allora appannaggio di pochi ricchi; inoltre nel corso del secolo lo sviluppo industriale aumentò ulteriormente la richiesta del ghiaccio che veniva utilizzato in diversi cicli produttivi. Sono ottocentesche le neviere più grandi e più evolute.

Esistono diversi studi su queste strutture, i cui dati sono stati in gran parte raccolti nel volume di Barbara Aterini uscito nel 2007 . La trattazione è organizzata stato per stato e, per quanto riguarda l’Italia, regione per regione; tuttavia non esiste un capitolo dedicato all’Umbria. Per quanto ne sappiamo, infatti, non esistono ricerche nostrane su questo argomento, con l’unica eccezione della neviera di Monte Tezio nel comune di Perugia, recentemente studiata e recuperata dall’Associazione Culturale Monti del Tezio. Un altro contributo a riempire questo vuoto è stato dato dall’Associazione Culturale Toward Sky che durante il passato inverno si è interessata ad un ipogeo esistente a Todi, in via delle Mura Etrusche, nel rione Valle Inferiore. Lo studio della struttura e i documenti rinvenuti nell’Archivio Storico Comunale hanno permesso di stabilire che si tratta proprio di una neviera. Con un lungo lavoro di volontariato il sotterraneo è stato ripulito dalla grande quantità di rifiuti e calcinacci che, nel corso degli anni, erano stati gettati all’interno da gente senza troppi scrupoli ed è stata resa di nuovo agibile la ripida scala che permette di scendere all’interno.

La neviera illuminata in occasione della notte bianca 2016
La neviera illuminata in occasione della notte bianca 2016

La parte più antica della struttura è costituita da un ambiente rettangolare (5,10 x 4,70 m) risalente ad epoca romana con pareti in opera vittata e copertura a volta in opera cementizia. In origine questa struttura apparteneva ad una grande sostruzione cava, composta da una teoria di ambienti voltati, probabilmente aperti su di una pubblica via a mo’ di portici, oggi solo in parte visibili poiché nascosti da un interro di quattro – cinque metri ed adoperati come fondamenta delle abitazioni medievali. Già in epoca tardoantica l’ambiente poi utilizzato per la neviera venne tamponato con un muro e destinato ad altro utilizzo. In un atto rogato dal notaio Giuseppe Luci il 6 febbraio 1826 viene descritto come “una stanza ad uso di cantina situata entro questa città nella contrada della Valle di Sotto ed annessa alla casa del venditore. Confinanti la strada, Capogrossi, il vicolo, signore Conte Pio Dominici, e di sopra la casa del venditore”. Il venditore è Luigi Negri mentre l’acquirente è Tobia Ottoni, chirurgo condotto della città di Todi.

Parete dell’ambiente romano in opera vittata
Parete dell’ambiente romano in opera vittata

Il Dott. Ottoni visse per decenni nella nostra città (almeno dal 1817 al 1852) praticando il mestiere di famiglia: medico era stato anche il padre Ignazio e il fratello Raffaelle, chirurgo condotto a Bagnoregio, mentre un terzo fratello, Danielle, era canonico a Todi. Della sua attività rimangono due opuscoli a stampa riguardanti alcuni casi medici particolarmente complicati, editi nel 1826 e nel 1844. Immediatamente dopo l’acquisto del locale adibito a cantina l’Ottoni ne iniziò la trasformazione in neviera. La data del 1827 incisa nell’intonaco del pozzo centrale indica che i lavori erano già terminati l’anno successivo all’acquisto. L’artefice materiale fu forse lo stesso Negri, di professione muratore, dal quale l’11 marzo 1828 il medico acquistò anche i piani superiori dell’edificio assieme a “sassi, mattoni, e mezzane, non che le tavole, pianali, ed arena, il tutto esistente in dette stanze” probabilmente ecceduti dalla costruzione della neviera. Il luogo dovette essere scelto con cura poiché presenta le caratteristiche ideali per una conserva di ghiaccio: esposizione a nord e posizione riparata tra alti edifici circostanti garantivano uno scarso irraggiamento solare.

La data del 1827 incisa nell’intonaco della parete
La data del 1827 incisa nell’intonaco della parete

L’intervento consistette nell’approfondire l’ambiente antico sino a sei metri e mezzo sotto il livello stradale, rimuovendo l’interro accumulatosi nei secoli e verosimilmente la pavimentazione originaria, e nella realizzazione all’interno di una seconda stanza a pianta circolare (diametro 4,40 m). Questa forma non era scelta a caso, infatti a parità di volume è quella che presenta una minore superficie laterale e quindi una minore dispersione termica. L’intercapedine che rimaneva tra le due “scatole” poste una dentro l’altra creava un effetto isolante, come in una sorta di gigantesco thermos, che impediva al calore esterno di entrare. Nell’ambiente centrale la neve veniva accumulata e pressata dopo aver predisposto un ulteriore strato isolante di paglia lungo le pareti, e sul fondo una griglia di travi di legno e fascine, rinvenute ancora al loro posto in occasione della ripulitura.

Immondizie sul fondo della neviera prima dell’intervento di pulizia
Immondizie sul fondo della neviera prima dell’intervento di pulizia
La griglia di travetti ligei venuta alla luce sotto le immondizie
La griglia di travetti ligei venuta alla luce sotto le immondizie
Il fondo della neviera a pulizia ultimata
Il fondo della neviera a pulizia ultimata

L’accesso era garantito da due sportelli (prima e dopo l’intercapedine) di cui rimangono solo i cardini. Era possibile scendere all’interno per prendere il ghiaccio mediante una ripidissima scala realizzata nell’intercapedine che però terminava a circa tre metri dal fondo. Per superare quest’ultimo dislivello, quando la camera era completamente vuota, era necessaria una scala a pioli. Sulla parete opposta all’ingresso è dipinta in colore nero per tutta l’altezza della camera una grande scala graduata, terminante in alto in un disco, che indicava lo spessore della neve immagazzinata.

La scala graduata dipinta sulla parete
La scala graduata dipinta sulla parete

La capacità di stoccaggio era di circa 98 metri cubi; cosa se ne facesse l’Ottoni di tanto ghiaccio i documenti non lo dicono ma, data la sua professione, è probabile che, almeno in parte, lo utilizzasse in prima persona per scopi medici. Il ghiaccio era adoperato per trattare i versamenti sanguigni e per abbassare le febbri. Inoltre, prima del 1846, quando per la prima volta si sperimentò la sedazione dei pazienti con l’etere, era impiegato per desensibilizzare le parti del corpo su cui andava ad operare. Non è improbabile che il resto del ghiaccio venisse venduto alle caffetterie e agli ospedali della città. D’altronde la registrazione dell’acquisto di un quantitativo di neve destinata ad un frate domenicano ammalato datata 1803, recentemente rinvenuta nell’Archivio Vescovile (AVT, Santa Maria in Cammuccia, Entrate ed Uscite, vol. 9, c. 13v), testimonia che in città da decenni esisteva un simile commercio.

L’Ottoni infatti era una persona intraprendente e dotata di uno spiccato senso degli affari. Il notaio Giuseppe Domenichetti in un atto riguardante un investimento scrive: “il signor Ottoni non è solito ritenere i suoi denari oziosi, ma quelli negoziare, e trafficare sopra diversi negozi e traffici leciti, però, ed onesti, e specialmente sopra cambi, e recambi”. Parte delle finanze così ottenute furono investite nell’acquisto di beni immobili, in parte destinati ad essere affittati, sia nel centro storico di Todi che nella campagna: il podere delle Rocchette a Viepri, il palazzo oggi sede della banca Unicredit, botteghe sulla piazza principale e abitazioni nel rione Valle, tra cui quella soprastante la neviera.

Nel pozzo venne gettata sicuramente parte della “straordinaria, e ripetuta caduta delle nevi” dell’inverno del 1829-30, quando il Governatore Distrettuale emanò un provvedimento urgente per “far spurgare le principali piazze, e strade pubbliche dalla immensa quantità delle medesime (nevi)” (ASCT, Deliberazioni Consiliari, 19 aprile 1830). Ma la neviera non rimase in uso a lungo: in una lettera datata 20 agosto 1848 l’Ottoni comunicava ai Priori e al Gonfaloniere che la “conserva da neve, o sia pozzo” di sua proprietà era divenuta inservibile poiché era stata allagata da acque sotterranee che, a suo giudizio, provenivano dal cunicolo inferiore del “Muro Etrusco” trovato ostruito dopo 20 m da un “artista” inviato all’interno (ASCT, Amministrativo, fasc. 1106 (vecchia numerazione)). Di fatto l’inconveniente si era verificato perché o la neviera era sprovvista di una via di deflusso delle acque, oppure questa si era irrimediabilmente ostruita. La poca acqua proveniente dallo scioglimento della neve veniva raccolta in un “serbatojo che serve a ricevere lo scolo delle nevi” situato sotto il piano stradale della via e accessibile dall’intercapedine, da dove con molta probabilità doveva essere quotidianamente attinta mediante un secchio.

La presenza ancora oggi di un metro e mezzo di acqua sul fondo della neviera testimonia come il problema di fatto non venne mai risolto e la struttura cadde in disuso. La neviera viene nominata per l’ultima volta nella Numerazione Civica del 1852, poi su di essa cade l’oblio. Alcuni interventi tardi (tamponatura e interro della scala d’accesso) lasciano immaginare che sia stata trasformata in un semplice pozzo ed utilizzata per attingere acqua.