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broglino
La disciplina che si occupa dello studio degli antichi ambienti sotterranei si chiama “archeologia delle cavità artificiali”. In passato sono state impiegate anche le definizioni “archeologia del sottosuolo” e “speleologia urbana” ma sono cadute in disuso poiché imprecise. Infatti la prima risulta eccessivamente generica in quanto l’archeologia si occupa quasi sempre di oggetti sepolti, anche in assenza di spazi vuoti percorribili. La seconda invece non coglie nel segno perché la speleologia non è un campo di ricerca ma soltanto l’insieme delle tecniche utilizzate per accedere e muoversi negli ambienti sotterranei. Inoltre non tutti i sotterranei di origine artificiale si trovano in aree urbane: gli acquedotti, per esempio, spesso si sviluppano per chilometri in zone rurali o montane.

Come tutte le discipline che hanno carattere di scientificità e il cui scopo è l’ottenimento di dati affidabili ed utilizzabili per ulteriori ricerche, anche nell’archeologia delle cavità artificiali è fondamentale l’utilizzo di un metodo corretto ed adeguato. Questo metodo è fondamentalmente quello della moderna archeologia, fondato sull’identificazione e sulla messa in relazione di unità stratigrafiche riconosciute come il prodotto di singoli eventi, sulla produzione di documentazione oggettiva, sulla classificazione dei manufatti in tipologie e sulla ricerca di confronti. Le tecniche utilizzate, invece, in parte differiscono da quelle di un normale scavo stratigrafico o di una ricognizione di superficie, poiché devono adeguarsi alla realtà spesso difficile del sottosuolo.

Relativamente alla progressione si ricorre alle tecniche sviluppate per muoversi nelle cavità naturali che nel loro insieme ricadono sotto il nome di “speleologia”. Per superare dislivelli verticali si adopera la progressione su corda mediante discensori e bloccanti; per la protezione del corpo si utilizzano dispositivi quali caschi, tute full-body in tessuti sintetici resistenti, ginocchiere, guanti da lavoro, stivali, mute in neoprene quando ci si trova in ambienti allagati; per l’illuminazione si usano prevalentemente torce frontali a led fissate sul casco.

Le competenze necessarie sono parecchie e ricadono all’interno di campi differenti. Oltre ad una buona formazione archeologica e alla conoscenza delle tecniche speleologiche è fondamentale essere in possesso di un buon allenamento fisico per muoversi con agilità nei pozzi e nelle strettoie. Bisogna poi avere dimestichezza con tutta una serie di pratiche di sicurezza e di primo soccorso essenziali per prevenire difficoltà ed incidenti o eventualmente per limitarne i danni. Per realizzare la documentazione bisogna inoltre padroneggiare le tecniche di rilievo topografico, sia con stazione totale che con bussola, e quelle della fotografia in ambienti scarsamente illuminati. Infine sono richieste nozioni di archivistica e paleografia per reperire le informazioni contenute nei documenti antichi, spesso fondamentali per identificare funzione ed epoca di realizzazione degli ipogei.

Per ultimo il requisito più importante è la curiosità. Spesso i sotterranei vengono scambiati per percorsi avventura dove andare per dimostrare il proprio coraggio o per appagare la propria sete di adrenalina ma, in realtà, l’unica motivazione ammissibile per scendere sotto terra è il desiderio di imparare cose nuove. Naturalmente non è vietato divertirsi (anzi è auspicabile!), ma sempre nel rispetto di luoghi e avendo ben chiaro in testa che ci si trova in un sito archeologico e non in un parco giochi.